Lo yoga è resilienza. E’ una strategia.
E’ che quando di notte non dormi perché i problemi sono davvero tanti, sai che basta che ti siedi a gambe incrociate, porti la tua attenzione al respiro, magari pronunci un mantra che ti aiuta a portarti dentro, a staccarti per un attimo dai richiami esterni, e le cose si sistemano.

Perché se si sistemano nella tua mente, si sistemeranno anche fuori. Perché se metti a posto dentro, poi trovi un modo per mettere a posto anche fuori.
Se no è davvero dura, è tutto lasciato al caso, alla potenza del vento.

A volte vuoi muoverti. Allora prendi il tuo tappetino e inizi un Vinyasa lento, ritmico, seguendo i battiti del respiro. L’energia aumenta, in un fluire dinamico dove il corpo suda, in quel piacere che ti sveglia e ti dà energia.
E poi tutto si placa. E tieni ogni asana più a lungo, senti i canali sottili, segui lo scorrere dell’energia al loro interno, con consapevolezza.

Tutto questo è già meditazione. Le Asana non sono staccate dalla meditazione. Le Asana servono a portare la mente sul corpo. Il corpo come primo oggetto della consapevolezza, il più facile da percepire. Il respiro. L’amico che non ci lascerà mai. Se ne andrà con noi.

Dove vanno gli occhi va l’attenzione. Dove va l’attenzione va l’energia.
Per questo lo sguardo è così importante nello yoga. Ma tutto, nel corpo, diventa yoga. Unione. Non c’è qualcosa, mentre si pratica davvero, che non sia uno. Non c’è, se lo sguardo e l’intenzione hanno richiamato l’attenzione al respiro. E’ questa azione, consapevole, che inizia il processo di Pratyahara, il ritiro dei sensi dai loro oggetti d’attenzione esterni.

E’ la base dello yoga. E’ ciò che andiamo cercando. E’ ciò che crea pace. Perché è ciò che calma la mente. Senza questo, la nostra mente è un battello in mezzo all’oceano che spera che non si alzino troppo le onde. E se lo è la nostra mente, lo è la nostra vita.

Conviene prendersi cura della mente. E il primo passo è portare la consapevolezza al corpo.