“Cambiare la mente è la cosa più difficile del mondo ed è molto pericoloso pensare che sia facile”

Questo mi disse Sua Santità il Dalai Lama in una udienza privata, a casa sua, in India.
Avevo appena finito un ritiro di meditazione di 3 mesi e volevo chiedergli  quale fosse il prossimo ritiro che potessi fare.

Lui scosse la testa e mi disse: “sai cosa cambia quando fai i ritiri? La velocità con cui si muove il tuo pollice”

Il pollice….quello che sgrana la mala (il rosario tibetano) per tenere il conto dei mantra.

E io, di mantra da 100 sillabe, avevo appena finito di sgranarne 100mila.

Sotto i monsoni, per 3 mesi, in un monastero sul cucuzzolo di una montagna, con un freddo bestia, il materasso che dire umido è un eufemismo, i ragni giganti che, con i millepiedi giganti e le piattole giganti, facevano a gara a chi mi teneva più compagnia sul materasso eufimisticamente umido, le scimmie che pisciavano nei contenier dell’acqua per la doccia e ci facevano periodiche escursioni in cucina per rubarci il cibo saltandoci sui tavoli, le pantere che, al tramonto, sbranavano i cani. Al tramonto…perché sono animali romantici.

3 mesi di silenzio dove, per i primi due, io, venticinquenne italiana al primo ritiro, parlavo con i muri, sotto gli sguardi di disapprovazione dei miei colleghi meditanti tedeschi, assolutamente muti, ligi al dovere….

Capite che per me questa affermazione del massimo esperto di meditazione, fù a dir poco spiazzante.

Si perché a 25 anni programmavo di entrare nel ParaNirvana Hinayana sui 28, realizzare la vacuità Mahayana sui 29 e illuminarmi per i 30. A quel punto adoprarmi per portare tutti gli esseri, nemmanco uno escluso, all’illuminazione, avendo ormai una pazienza letteralmente infinita. Insomma, mi ero fatta un percorso universitario, collegato ad una carriera da Buddha, col dottorato.

Il Dalai Lama decise di stroncare le mie illusioni fanciullesche in 3 parole.

Disse che ero italiana, cristiana, di rimanere nella mia religione che cambiarla mi avrebbe creato soltanto confusione e che avrei dovuto farlo solo se fossi molto convinta che la nuova filosofia fosse più adatta alla mia mente.

E io, indefessa come una vera post-adolescente, gli dissi “ma io SONO sicura”!

Lui, con santa pazienza, venne a pochi centimetri dalla mia faccia sorpresa, mi guardò intensamente negli occhi per un numero indefinito di minuti, si allontanò e mi disse: “sì, sei sicura. E allora studia 10 anni e poi riparliamo del tuo prossimo ritiro.” E mi diede una lunga lista di testi da studiare.

Era il 1997, l’anno dopo mi iscrissi al Master program in Buddhiest Studies e presi i voti da monaca.

Cosa ho scoperto, in questi 25 anni di escursioni mentali con la meditazione?

Che aveva ragione il Dalai Lama (strano….). Che entrare in un’altra religione significa entrare in un’altra cultura e lì tutto è diverso.

Che cambiare la mente è la cosa più difficile del mondo ed è inutile sperare di velocizzare processi che richiedono decenni di impegno costante e vigile.

Che lo sforzo deve essere gioioso per funzionare perché è nel piacere che la mente cambia, almeno in meglio.

Che la meditazione va fatta per stanchezza e per amore.

Stanchezza verso la sofferenza, quella che si chiama anche ‘rinuncia’. La rinuncia non è rinuncia al piacere. Anzi, è proprio il suo contrario, è rinuncia alla sofferenza. Ma dopo che si è compreso che molti di quelli che chiamiamo piaceri hanno in realtà radici di sofferenza. Quando siamo sufficientemente stanchi di soffrire, allora e solo allora può accendersi il motore del cambiamento.

Amore. Verso questo cambiamento. Verso la gioia che dà. Verso la pienezza che genera. Verso la conoscenza.

E’ per questo che si studia. E’ per questo che si medita. Perché meditare dà piacere, un piacere che nient’altro dà.