Qualche sera fa sono andata a sentire un concerto di un chitarrista. Non ho mai considerato la chitarra come uno strumento particolarmente interessante. L’ho sempre vista come un accompagnamento alla voce o un egotrip per machi con problemi di insicurezza. E allora perché ci sei andata, vi chiederete voi? Accompagnavo la bassista. Ero in prima fila in un locale veneto dall’oste gentilissimo, le pizze strabilianti e la gente calorosa.

Parte il primo pezzo e capisco che c’è qualcosa di particolare. Ci si addentra nel secondo pezzo e la cosa si fa ancora più interessante con un dialogo chitarra-basso estremamente intenso.

Dal terzo pezzo mi accorgo che i miei occhi riescono a muoversi solo fra le mani del chitarrista e la sua espressione del viso, del corpo. Nessun altro luogo era più interessante. E non mi stavo innamorando. No… era qualcosa di più nuovo, più curioso, più intrigante, per quanto l’innamoramento rimanga per me l’apoteosi della stranezza.

Vedevo sciogliersi nella chitarra l’animo di una persona. Ma non con quelle smorfie sado-maso che i chitarristi fanno per acchiappare le sbarbe in prima fila o l’invidia degli altri smanettoni del manico.

No….. con la delicatezza. Mi rendevo conto che stavo scoprendo una cosa nuova. Stavo scoprendo che la delicatezza è un materiale conduttore. Quando pervade il nostro animo e fuoriesce dal nostro corpo, si trasmette a ciò che tocchiamo. E mi stava succedendo sotto gli occhi, fra le mani di Tolo Marton.

Non stava succedendo qualcosa di ordinario. Non per me, almeno.

La musica è convenzione. Ordine di suoni. Quello che stava succedendo era il suono. Al dì là della convenzione. Al di là della musica. Il suono come interesse primario. La delicatezza come potere osmotico dell’intenzione. La chitarra come strumento di creazione di susseguirsi di suoni interessanti di per sé.

Il potere di far creare allo strumento quello che il proprio animo ha scoperto, scandagliato, amato, voluto, desiderato, toccato col cuore. Un cuore aperto come un orecchio che non può chiudersi, che ascolta tutto e seleziona quello da donare. Con le mani, con la punta delle dita, in tocchi sapienti, mai violenti, mai non necessari.

Questa selezione assolutamente elegante di suoni non necessariamente collegati ad una scelta di convenzione musicale, fatta con una delicatezza di movimento e un tocco assolutamente affascinante, mi ha fato conoscere la chitarra.

Perché lo yoga? Perché questo è quello che chiamo essere uno. Uno con lo strumento. Uno con l’amore che crea. Uno con se stessi.

Grazie all’amore di Tolo Marton  per il suono e per il suo strumento. Che lo ricambia con una dedizione che può essere solo reciproca.

From today I have a sound superhero.