20 anni che mi occupo di educazione emotiva. 10 che la insegno nelle scuole. 6 che tento, con grande fatica, di parlarne nelle aziende italiane.

A New York, anno 2003, mi chiamavano ad insegnare yoga e meditazione nelle multinazionali. Alle 6 del mattino, in pausa pranzo, alle 10 di sera. Fino a mezzanotte. Pagata dalle aziende.

Qui ci si riempie la bocca di Soft Skills, team working, team building, stress management, time management, concentration lack, lateral thinking, flexibility, customer care, top managers’ care, bottom managers’ care, lastoneintherow’s care, ma di americano ci sono solo le parole.

Però…però…però…..DOBBIAMO tutti essere empatici, concentrati, collaborativi, resilienti, flessibili e, please…..un minimo geniali…..

Eh bhe certo…che ci vuole…. d’altronde è pieno il mondo di corsi di formazione per imparare ad essere empatici, concentrati, collaborativi, resilienti, flessibili e un minimo geniali (e sul minimo stavo scherzando….preferiremmo un massimo, in qualunque azienda, anche quella di produzione orli in calze di lana).

Nel 2018, con tutto quello che sappiamo e vediamo quotidianamente, dovrebbe ormai esserci chiaro quali siano le urgenze dell’umanità: il cambiamento climatico e l’educazione emotiva, strettamente legati l’uno all’altra.

Come? L’intelligenza porta sempre alla comprensione dell’interdipendenza, la comprensione della connessione fra noi e gli altri, fra i nostri comportamenti singoli e gli accadimenti relazionali/sociali. E cosa sono le soft skills, le competenze morbide, se non una morbidezza di cuore dovuta ad una acutezza di ingegno e ad un costante coraggio nel mettersi in gioco sinceramente?

E allora perché non vengono messe in atto massicce campagne di educazione emotiva SERIA nelle aziende, nelle scuole, nelle associazioni, nelle squadre sportive, nei centri gioco, nelle micro-imprese che poi magari diventano macro, nelle cucine dei ristoranti e nei laboratori di chimica, negli ospedali e nei canili?

E perché non si utilizza una forma di riconoscimento delle soft skills, che son poi quelle che tengono insieme i gruppi di lavoro, che se no ti tocca di formare nuovi dipendenti ogni anno, se hai dei responsabili emotivamente incapaci?

No, non bastano gli stipendi. Non bastano gli incentivi, non basta fare finta di prendersi cura. Bisogna prendersi cura davvero, perché, se le parole mentono, le intenzioni si sentono.

Ci sono diversi modi per educare la mente. Io ho trovato la strada delle pratiche di yoga e meditazione, per esempio. D’altronde 3000 anni di testi filosofici dettagliati, decenni di ricerche scientifiche sull’argomento e 30 anni di sperimentazione personale, mi hanno persuaso che sia la strada più adatta alla MIA mente.

Alla fine poi si arriva sempre lì: riportare l’attenzione ad un oggetto di concentrazione neutro per riuscire a sentire come nascono e si muovono i pensieri, come è la struttura del processo pensiero-emozione, con quali tempistiche le emozioni si trasformano in azione, come si può intervenire in questa filiera, magari evolvendo la capacità di direzionare la concentrazione e lavorando sulla motivazione, per avere come risultato qualcosa di armonico, che la musica piace a tutti.

Sì, la motivazione, ciò che ci spinge a compiere una azione. Ed è dalla motivazione che possiamo prevedere i risultati dell’azione. Migliore è la motivazione, migliori saranno i risultati. Ed è di nuovo dal respiro che si parte, dall’esercizio che ci rende capaci di analizzare la nostra mente, senza la nebbia che ci rende difficile non mentire a noi stessi

E se voglio riconoscere e valorizzare le competenze morbidamente toste dei miei colleghi o dei miei studenti, ho trovato un ottimo alleato negli Open Badge, quelli raccomandati dalla Consiglio Europeo, in una società che dovrebbe garantire il diritto al lifelong and lifewide learning, sancito da leggi e decreti vari. I Learning Badge, quelli che servono a mostrare le evidenze delle nostre capacità e a dare valore a ciò che siamo, anche se non sempre è facile accettare di dover dimostrare a chicchessia ciò che c’è nel nostro intimo.

Fare sul serio. Che bella cosa. Anche perché non c’è più poi tutto questo tempo.