Nel 1991 feci il mio primo viaggio in India. No, non proprio…dall’India ci transitai soltanto, la meta era Kathmandu.

Avevo incontrato il buddhismo e mi aveva spiegato Castaneda. Avevo incontrato l’evoluzione colta e dettagliata dello sciamanesimo, la sorgente della trasformazione del sangue in vino, e non me la sarei fatta scappare.

Un Lama tibetano guidava un ritiro di 1 mese a Kopan, un monastero sulle colline di Kathmandu, sul Tong-Len, la meditazione del prendere la sofferenza altrui su di sé e del dare la propria felicità agli altri, meditazione oggi praticata anche negli ospedali occidentali perché l’egoismo è la causa di molti mali.

Arrivo in tuc tuc alle porte di Boudhanath, uno dei due meravigliosi stupa di questa meravigliosa città, e scopro il mondo che speravo esistesse.

Nel Mandala dello Stupa le persone camminano in senso orario girando le ruote di preghiera che sono inserite alla base dello Stupa e girano le ruote di preghiera che hanno in mano, entrambe piene di Mantra, scritti su pergamente arrotolate intorno all’asse centrale della ruota che, come l’asse della Terra, sostiene e serve.

I cani sostano fuori dai piccoli bar dove si beve Chai, il the indiano tutto zucchero e latte, e Cha, il the tibetano tutto sale e burro.

I monaci entrano nella porta alla base dello Stupa e ne escono nella parte alta. Da lì versano acqua e zafferano sulle guglie del mandala colorandole di strisce gialle profumate.

Om Mani Padme Hum è il sottofondo costante, mischiato al vociare di tutti.

Cos’è un Mandala? Un Mandala è la dimora della mente illuminata. Un mandala è la vacuità senza dimora. E’ la dimora della vacuità. Il Mandàla è la dimora degli dei intrisi di vacuità.

Il Mandàla è il nostro corpo e il nostro corpo è un Mandàla. Nel Mandàla sono le nostre intenzioni e le nostre preghiere, le nostre aspirazioni e le nostre paure. Le nostre emozioni, positive, negative e neutre.

Il Mandàla è la fucina della traformazione, un luogo dove la mente esercita la sua capacità alchemica.

A Boudhanath successero molte cose, nei mesi in cui rimasi. Cose che mi hanno segnato la vita. E in un negozietto intorno allo Stupa comprai il mio Mandàla personale, quello in metallo. Lo riempii di riso che intrisi di acqua e zafferano per farlo diventare giallo come le guglie dello Stupa. Lo riempii, nel tempo, con pezzi della mia vita e oggetti che mi piacevano, fiori dell’albero della Bodhi e grani di Mala. Lo feci benedire e me lo portai a casa.

Da allora mi accompagna, sempre lo stesso riso, sempre la stessa Mala, sempre lo stesso intenso desiderio di esercitare la mia capacità alchemica.

Per meditare serve energia. per cambiare serve energia. Il Mandàla è un accumulatore di energia. Il Mandàla è un osservatorio interiore. Il Mandàla è un gioco bellissimo e, come tutti i giochi bellissimi, migliora l’anima.

E’ per questo che lo stiamo creando, primo fra le pratiche che impareremo, nel corso di Meditazione del martedì sera.

Tengo un corso sul Mandàla. Stento ancora a crederci.