Una mia amica ha recentemente raccontato il suo escursu nella sua prossima tappa di vita, annessa foto casa. Bellissima. Grandissima. Pulitissima. E mi ha fatto venire in mente le mie, di case……che vi vado a raccontare.

Nel 1991 atterro a Kathmandu, posto magico. Dopo una serie infinita di buche dove temevo di lasciare le mie giovani ovaie, mi si aprono le porte del quartiere dove si erge uno dei due meravigliosi Stupa, Boudhanat.

Le meraviglie del quartiere le ho descritte nel post precedente, per cui passo alla descrizione dei miei alloggi.

Miei…..nostri…..non mi potevo permettere un appartamento….neanche una stanza da sola, per cui mi sistemo la mia stuoietta di plastica, un must indiano, sul pavimento della stanzetta che ho diviso per qualche mese con le mie 5 coinquiline. 5 letti. E io.

Una stanza di un monastero dentro una montagna intorno alla Kathmandu Valley. Di lì la vista era impagabile: al mattino mi alzavo, uscivo e rimanevo a bocca aperta. La luce blu chiara del cielo si immergeva nelle nuvole bianche che coprivano la valle, alzandosi lentamente, nebbiolina mattutina.

Le aquile. Sì, le aquile volavano da una parte all’altra, per poi avvicinarsi al tetto del monastero, da dove un monaco tirava loro da mangiare.

Facevo colazione in silenzio. Quello vero. Quello dei monti con le aquile. Quello dei rumori della foresta. Quello è silenzio perchè fa bene come il silenzio. E’ un silenzio diverso dall’assenza di rumore. E’ il silenzio dell’energia della terra.

La colazione era grandiosa: chapati tibetano (più grosso di quello indiano) stracolmo di tahin fresco fatto dalle monache del monastero di sotto, arrivava ancora caldo….la meraviglia.

I tramonti erano un altro quadro. Il rosso del sole sulle dune gialle zafferano dello Stupa con gli occhi di Buddha. Che ve lo dico affà…

E la notte. La notte è il regno di chi striscia. Se dormi per terra lo impari subito. E io, da gentildonna quale sono, avevo lasciato tutti i letti alle altre.

Nel dormiveglia sento passettini lenti e leggeri sui miei capelli distesi. Poi i passettini diventano meno leggeri. E meno lenti.

L’austriaca lancia un urlo e i passettini si fanno pesanti e veloci e al grido di RATS-RATS!!! comprendo che i toponi del luogo erano venuti a salutarci e ad approfittare dei Tuk che l’americana aveva lasciato aperti fuori dal contenitore che bisognerebbe ermeticamente chiudere ogni volta che si preleva cibo.

Comunque non erano tanti, 2 o 3. Solo grossi come pantegane.

Mi consolo uscendo fuori. A -10. Con i monachelli di 5 anni che si lavano alla fontana d’acqua di ghiacciaio, per svegliarsi, alle 4 di mattina, per fare le prostrazioni dopo aver recitato testi fino a mezzanotte….per memorizzarli. Alla faccia dei compiti a casa.

La notte alzi gli occhi al cielo e ti accogi che il cielo è lì. Vicinissimo. E che ci sono le stelle. Ma non quelle che hai visto prima. No. Le stelle. Le dee del firmamento. Non le avevi mai viste prima. Non così. Mai. E purtroppo non le vedrai mai più e già soffri per questo.

Le stelle dalle montagne intorno alla Kathmandu Valley sono enormi. Luminosissime. Vicinissime. Tantissime. Le vedi tutte. Una quasi appiccicata all’altra. No other light. Buio. Il buio pesto e le stelle giganti. No, non ho mai più visto niente di più bello.

E sai che le aquile sono lì, sotto quelle stelle, dentro a quel cielo, in mezzo a quegli alberi. E capisci che il potere è quello. E tu non lo avrai mai, in questa vita. Perchè non sei un’aquila sotto le stelle.