Diciamoci la verità: non sono la persona giusta a cui chiedere consigli sull’India. Quando qualcuno mi dice che vuole andare in India, la domanda che mi esce spontanea è: perché?

Ho viaggiato in India per diversi anni e ci ho vissuto per circa 3, non tantissimo. Ma l’India è intensa. Quel tempo è stato sufficiente per farmi accumulare una serie di traumi che, una volta lasciata, non mi hanno fatto morire dalla voglia di tornarci.

Recentemente ho visto foto di una #InstaIndia che io non ho mai conosciuto. Magari adesso assomiglia ad un enorme resort fighetto-spirituale, ma non mi accingerò a scoprirlo, preferisco mantenere i miei traumi intatti e ricordare l’India per quello che ho visto, un luogo enorme, bollente, gelido, pullulante di gente e di estrema povertà, pieno di lebbrosi e di cadaveri per strada, di mucche che leccano i manifesti dai muri, di pezzi di corpi galleggianti vicino a rive di pire fumanti.

L’India delle divinità che si autogenerano nella roccia, dei monaci che pregano per giorni intorno al cadavere di un cane sul ciglio di una strada, di scimmie che ti assalgono per un mango e di branchi di cani che ti ringhiano tutt’intorno, nella nebbia dell’alba.

Preferisco ricordare l’India per le anziane donne tibetane che ti adottano e piangono quando lasci i voti perchè credono che questo ti farà morire di una brutta malattia e loro non vogliono. Proprio non vogliono.

La voglio ricordare per i suoi meravigliosi tramonti himalayani e le sue albe dopo mesi (e mesi) di monsone.

La voglio ricordare per i silenzi del mercoledì, quando, da sola, cammini sulla neve per un’ora, dentro alla foresta, per portare la spesa al tuo amico monaco in ritiro perenne.

Voglio ricordarla perchè nessuno si accorge quando stai per morire di tifo e tu credi che sia giunta davvero la tua ora, dopo una settimana in cui espelli diarrea e vomito sul tuo materasso, la febbre altissima e la foto del tuo maestro sulla cima della testa.

Voglio ricordarla perchè è il posto in cui ho pensato più spesso di morire. Ogni volta che ho preso un autobus durante i monsoni, quando la terra si scioglie, per andare a sentire gli insegnamenti del Karmapa e, mentre risali la montagna, in una strada dove al massimo passano due utilitarie, il tuo autobus incrocia un camion. Corrono, tutti e due, fumatissimi, con la musica di Bollywood a palla, con le vocine altissime e le melodie fastidiosissime; e gli indiani intorno a te tranquilli, mentre la tedesca sta urlando di terrore perchè, come te, si vede già giù da dirupo. Voglio ricordare gli autobus giù dal dirupo dove non ci sono elicotteri che ti vengono ad estrarre dalla ferraglia. Lì rimani, lì muori. E’ il tuo karma.

Voglio ricordare il micro-cinema con le panche di legno invase da bad bugs, le onnipresenti pulci che ti succhiano il sangue dalle cosce mentre guardi Rambo in hindi. E ti chiedi perchè cazzo stai guardando Rambo in hindi.

Voglio ricordare il dentista con l’ambulatorio per terra, uno straccio lurido su cui sono adagiati denti di svariati animali e uno umano. Forse. E voglio assolutamente imprimere nella mia memoria a lunghissimo termine, la fila. Di persone pazientemente in attesa di farsi attaccare, con una colla non meglio identificata, un dente di pantera.

Voglio ricordare la follia. La mia. E di tutti quelli che si lasciano risucchiare dalla follia di un paese dove può succede qualsiasi cosa in qualsiasi momento.

Ma forse è solo una questione di soldi. Pochissimi soldi. Zero soldi.

Come quelli dei miei vicini di casa: una coppia di anziani lebbrosi che si erano costruiti una casetta appiattendo le lattine trovate per strada. Una palafitta di metallo, in bilico sullo strapiombo che era la curva della nostra montagna. Lì dormivano la notte. Di giorno ci si sedevano davanti e amorevolmente staccavano pezzi di corpo l’uno dall’altra. Col sorriso sulle labbra che solo la lebbra ti dona, mentre il tuo alluce viene rimosso con una leggera pressione del tappo di una lattina.

Voglio ricordare l’India senza pietà. Il luogo dove un bambino di 10 anni ti viene incontro, sotto il sole cocente dei 50 gradi di Dheli, nudo, sull’asfalto bollente, con le lacrime agli occhi, muto, con il braccio spezzato allungato nella tiepida speranza di far smettere la donna dietro di lui che lo sta bastonando per fargli allungare quel braccio e chiedere l’elemosina.

No, non tornerò in India.

Andateci voi. E fate le foto per Instagram.