La catto-tibetana e la quantità d’acqua che riusciva ad infiltrarsi da sotto la mia porta durante i monsoni, si rivelarono incompatibili con la buddho-bolognese ed i suoi reumatismi e decisi quindi di cambiare casa.

In preda all’urgenza mi trasferii in una stanza più cucinina con bagno esterno che un mio caro amico australiano stava giusto giusto lasciando.

Fra l’altro era più vicina alla scuola.

Anche lì però c’era un però. Il cucciolo di casa. Cucciolo non d’età, ma di dimensioni. Quegli insopportabili canini bianchi che ringhiano sempre, ti abbaiano quando passi e ti mordono a loro occorrenza.

Ogni volta che facevo le scale per andare nei miei lussuosi appartamenti, Bobi mi rincorreva mirando alle caviglie. La solita signora tibetana nulla faceva per dissuaderlo. E io mi inciampavo regolarmente nella tonaca bordeaux che non è proprio il vestiario più agile al mondo.

Dal terrazzo davanti a casa, però, la vista era incantevole: la catena himalayana si mostrava in tutta la sua gloria, fra i colori dell’alba e quelli del tramonto. Ciò, e tante OM, mi permetteva di sopportare gli attacchi della belva.

Fino a che mi morse. Ma che problema c’è, mi disse il medico del campo medico: sei vaccinata. Eccerto, peccato che i vaccini non coprano al 100%, come scoprii qualche mese dopo.

Era Pasqua e la scuola era sospesa. Noi studenti eravamo sparsi, la maggior parte di noi via da Dasa (abbreviazione di Dharamsala).

Mi sveglio di notte, in preda a forti scalmane e ancor più forti pruriti.

Sollevo le coperte e mi ritrovo coperta di pulci, le famose bad bugs indiane. Ovunque, sul mio giovine corpo monacale. Quello che ha i voti di non uccidere nemmanco una zanzara.

Quindi me le scrollo via da dosso come riesco e capisco che vengono dalla struttura del letto, ovviamente in legno. In preda alla febbre alta butto la rete fuori di casa e torno a sdraiarmi sul materasso per terra.

Sto malissimo e sono da sola. Bhe…non proprio. Intorno al letto, attirati dalle pulci del legno, 3 ragni giganti come riescono ad essere giganti solo in India e in Australia, sono al mio fianco.

Nulla….nulla mi terrorizza più dei ragni giganti!

Ma i voti sono forma e io non riesco ad ucciderli. Con uno sforzo di volontà che credo essere riuscita ad avere solo grazie al virus che ormai mi pervadeva la maggior parte delle aree cerebrali, arranco verso un bicchiere che uso per buttarli fuori. Una zampina però gliela stacco e fatico a pentirmene, me tapina.

Mi riaccascio sul materasso e comincio a vomitare. Dove mi trovo, perchè non ho più la forza di muovermi.

La notte passa e al mio risveglio, intontita, mi giro e vedo il muro bianco della cucina completamente nero. Non capisco. Guardo e riguardo, fra la nebbia che mi appanna le sinapsi…… Sono degli insetti. Quelli che mangiano il riso. Quelli con il naso lungo. Non essendoci nessun isolante fra la finestra e il muro, entrano indisturbati, come i ragni e i millepiedi giganti, del resto.

Non riesco a preoccuparmene, banchettino pure in mio onore, se aspettano ancora un pò potranno banchettare anche con le mie membra.

4 giorni così, fra il mio vomito e la mia diarrea, nella estrema consapevolezza che non ne avrò ancora per molto.

La foto del mio maestro sul cuore e quella del Dalai Lama sulla testa, mi preparo a spirare l’ultimo respiro quando la porta si apre ed entra Tubten, monaco neozelandese che non mi vedeva in giro da un pò ed era venuto a trovarmi.

Santo subito. Mi prende in braccio, sporca e puzzolente come sono, mi trasporta giù per le scale, fra il ringhio del cane isterico, e mi carica su un riksciò che mi porta alla clinica del paese, giù per la montagna.

Lì una signorina vestita da infermiera mi chiede se ho febbre. Sì. E diarrea? Anche. Allora è giardia, sentenzia senza farmi neanche un esame. Mi dà delle pilloline che abbiamo poi scoperto essere tachipirina, ma lì te le danno sfuse per cui vai sulla fiducia, e mi rimanda a casa.

Ritorno in braccio e sul riksciò e sulla montagna e sulle scale col ringhio di cane e sul materasso intriso di vomito e diarrea.

Tubten è con me notte e giorno e non sa che fare perchè, dopo un lieve abbassamento della febbre, torno a peggiorare.

Esce per cercare aiuto e per strada riconosce la parlata italiana. Chiede se fra di loro c’è un medico e sì, c’è, e arriva da me.

Non ha bisogno di analizzare le feci, gli basta un’occhiata: la cacca bianca si fa solo in caso di tifo e io sto per morire.

Corre a prendere le medicine e inizia la terapia. A quel punto avevo perso 10 kili ed ero disidratata. Ma grazie alle sue cure e a quelle di Tubten all’anagrafe Anthony, inizio a rimettermi fino a riuscire a mantenere una posizione seduta e a riaprire gli occhi.

Non ho più visto il medico che mi ha salvato la vita. Non so neanche come si chiama. Magari Mahakala.

E da 15 anni non ho notizie di Anthony, in realtà era passato per salutarmi perchè stava per ritornare in Nuova Zelanda. Starmi vicino è stata l’ultima buona azione che ha fatto su suolo indiano.

E niente….sono viva grazie a chi non ha chiesto niente.