Quando avevo 6 anni mia mamma decise che voleva fare judo. Per cui ci iscrisse ad un corso. Entrambe.

Negli anni 70 non è che le mamme (sicuramente non la mia) scarrozzavano i pargoli ai più disparati corsi e li aspettavano fuori per poi riportarli amorevolmente a casa, preparare la cena e metterli a letto con un bacino dopo aver corretto loro tutti i compiti.

Negli anni 70 le mamme volevano fare qualcosa e le pargole a seguito. Non so cosa abbia fatto rovesciare i ruoli….

Quindi mi ritrovo iscritta in un corso di judo con un outfit extralarge ultra scomodo (non c’erano i tessuti morbidi dei kimoni di adesso, con la cintura da judo potevi trainarci il SUV fin dal benzinaio).

100 addominali, no matter quanto stanco eri. 100 addominali e basta. No, niente basta, anche una cinquantina di saltelli e tante cadute, quelle dove ti sbattono a terra e tu devi esser certa di attutire il colpo schiaffeggiando di taglio il tatami. Chiedetemi se la cosa ha mai attutito le botte alla mia colonna.

Arrivo a cintura marrone, senza mai amare lo sport. Almeno non quello, ma non avevo mai provato nient’altro (altro che Open Day…).

E giunge il giorno di decidere se passare alla nera. Ero ancora minorenne per cui, nel caso, avrei dovuto farlo passando attraverso il filtro delle gare.

Specifico che ho formato la mia massa corporea con una nonna calabrese e un nonno pugliese. Lasciare lì il terzo piatto di lasagne era motivo di disonore familiare.

E le coppie, nelle gare, si facevano in base al peso. Quindi mi ritrovavo con spilungoni a cui, al massimo, potevo tentare prese alle gambe nella flebile speranza di sbilanciarli e finirli lanciando il mio notevole sovrappeso sulle loro ossa in crescita.

Ma era solo una speranza. La mia ultima gara iniziò con un giovane e secco virgulto di 1 metro e 90 che guardava la povera illusa sovrappeso che tentava, sudando paonazza, di smuoverlo almeno un pò. E lo sguardo era di una compassione vagamente schifata.

Non diventai cintura nera, mi feci gonfiare entrambe le ginocchia, suppongo da un’infiammazione dovuta alla vergogna mista a speranza di mettere fine all’inutile fatica.

Il judo mi ha lasciato le ginocchia deboli, la spalla destra chiusa, alcune vertebre schiacciate e il collo completamente incasinato.

Mi avvicinai allo yoga per rimediare a tutto ciò. A circa 18 anni incontrai la mia prima insegnante. A Bologna, una anziana signora molto famosa in un bellissimo studio nel centro. Trattava quasi tutti molto male e graziava alcuni di noi.

Io le piacevo perchè, quando facevamo la OM finale, mi si staccava un armonico e usciva una seconda voce. La mia voce bifonica mi permise di non venire insultata in Pashimottanasana, ma il mio cervello mi impedì di continuare ad imparare da una insegnante poco gentile.

In realtà ben pochi mesi dopo ebbi la fortuna di incontrare il mio maestro, un lama tibetano sorridente e scherzoso, dagli occhi dolci e lo sguardo acuto e amorevole.

La prima cosa che mi disse era che non avrei più dovuto vedere l’uomo di cui mi ero pazzamente innamorata perchè avrebbe potuto uccidermi. Non lui, ma il dolore. Non lo ascoltai e sofrii terribilmente per un decennio buono.

Comunque capii che quello che mi serviva non era tanto imparare 200 posizioni diverse, quanto concentrare la mia mente sul mio corpo sulle poche posizioni che facevo. E il mio maestro era un maestro nell’insegnare questo.

Continuai a praticare da sola, anche perchè ogni volta che provavo un’insegnante nuova, finivo col pensare che anche no.

Fino a che non incontrai Vijai l’indiano elastico.

A quel punto avevo 28 anni, vivevo sullHimalaya ed ero monaca. Insomma…ero in India…chi è che va in India e non fa un corso di yoga???

Vijai si alzava alle 4 di mattina tutte le mattine, faceva colazione con 2 biscottoni secchi intinti nel chai e faceva 3 ore di pratica sua.

Poi cominciava ad insegnare. Una sua lezione durava altre 3 ore.

La lezione si faceva in una di quelle tante case tibetane costruite a poco a poco, con le fondamenta che stanno lì per anni in attesa o dei soldi per continuare il lavoro o del condono per l’abuso edilizio. Insomma, come in Calabria.

I miei compagni di corso erano tutti ex-soldati israeliani a fine leva. Agitati come sotto anfetamina. Passavano la giornata ad urlare nelle lavanderie di piccoli indiani spaventati perchè le loro mutande non erano state lavate abbastanza bene e la nottata a disfarsi di droghe in qualche rave party nel paesino sotto la montagna dove i monaci tibetani erano in ritiro. Quella che si chiama “santa pazienza”….

Per cercare di trovare un perchè alla loro agitata permanenza, si iscrivono a corsi di yoga.

E Vijai li trattava come un sergente di Full Metal Jacket. Si rivolgeva a loro con tono militare e più che consigli su come fare l’asana, lanciava ordini su come tenerla almeno 10 minuti.

Poi c’ero io, giovane monachella italiana, pallida e paffutella.

Un secondo dopo aver urlato il nome di un’asana in sanscrito e aver ordinato di tenerla un quarto d’ora sulla punta delle dita della mano sinistra, si rivolgeva a me, con voce melliflua, e, sorridente, mi diceva che potevo prendere la posizione che più mi piaceva e tenerla per il tempo in cui la trovavo comoda. Il potere delle vesti mattone e zafferano.

Vijai mi è rimasto nel cuore.

Così come il dott. Bohle, medico e yogi indiano, con cui feci un solo ritiro, ma che mi cambiò competamente la comprensione di come funziona davvero il pranayama.

Poi, nel giro di una notte, passai dall’Himalaya a Manhattan. Dismesse le vesti monacali, arrivo nel mio primo studio di yoga newyorkese.

Dopo 3 anni con Vijai, pantalone largo logoro, silenzio assoluto e immobilità totale, approdo nel regno delle unghie dei piedi laccate (un must dello yoga americano) e dei top Lululemon.

L’insegnante è microfonata come Michael Jackson e ha un palchetto davanti ad una classe con almeno 70 studenti. E sopratutto….non fa le posizioni (è così che si fa per non sfasciarsi le giunture).

Ha un modello uomo e una modella donna che dal palchetto fanno le posizioni con gli/le alliev*. Lei cammina per la sala e guida la lezione aggiustando le persone a cui ha precedentemente chiesto se vogliano o meno essere toccate. Chi non vuole deve mettere un segno nell’angolo a sinistra in alto del tappetino.

E poi lei….la musica. 90 minuti di power vinyasa con i Rolling Stones!

Wow!

WhatTheFuck!!!

Non un minuto di stop, altro che Savasana alla fine di ogni posizione per sentirne gli effetti energetici! Lo svenimento alla fine dei 90 minuti per sentire l’effetto del defibrillatore!

Arrivo a casa, le gambe mi tremano terribilmente e mi viene la febbre.

1 anno dopo mi ritrovo diplomata in hatha e vinyasa nello stesso studio.

Quindi possiamo dire che il mix India-NewYork mi può ben definire.

Nel cuore Lhasa.