Durante il ritiro di Vajrasattva, India 1995, stavo preparando l’esame di ammissione per entrare all’università di ostetricia. Durante un pranzo, nella sala comune, lessi un volantino che annunciava l’imminente inizio del primo Master Program in studi buddhisti che avrebbe avuto come insegnante principale il mio maestro. In Italia. Cavolo….che tentazione…. Cosa dovevo fare..?

Alla fine del ritiro ebbi la fortuna di avere una udienza privata con Sua Santità il Dalai Lama.

Arrivai alla sua residenza. Nella sala d’attesa c’eravamo io e una delegazione thailandese: 10 persone ognuna con una thanka gigante srotolata davanti a sé. La thanka è un dipinto di una divinità buddhista incorniciato in un broccato. Le portavano come dono a Sua Santità.

Io come dono portavo una cassetta dove avevo registrato, solo voce, una canzone di Chaka Khan, “My love, sweet love” che per l’occasione avevo rinominato My Lord, sweet Lord. Spero che Sua Santità non l’abbia mai ascoltata.

Arriva il segretario del Dalai Lama, guarda nella sala, i 10 piccoli thai scattano in piedi, completamente coperti dalle grandi thanke. Il segretario mi guarda e dice: prima la ragazza.

Mi congedo dalle thanke, percorro un corridoio esterno e mi ritrovo davanti a Kundun, la Presenza.

Faccio per inchinarmi e lui mi ferma subito facendomi sedere.

Mi si siede davanti e mi chiede chi sono, cosa faccio, da dove vengo e perché sono lì.

Gli dico che ho appena fatto il ritiro di 3 mesi di Vajrasattva e che vorrei sapere qual è la mia divinità tutelare e qual è il prossimo ritiro che devo fare.

Kundun si allontana un pò, mi guarda con aria severa e mi dice: “sai cosa cambia quando fai i ritiri? La velocità con cui va il tuo pollice”.

Ottimo. Ho appena passato 900 ore a migliorare le prestazioni delle mie falangi.

E aggiunge: “non funziona così. Non funziona che io ti dico qual è il tuo Ydam. No. Funziona che tu studi 10 anni, mediti per altrettanti, realizzi la vacuità e quando realizzerai la vacuità il tuo cuore si aprirà e il tuo cuore chiamerà il tuo Ydam”.

Continua: “ma tu sei italiana, sei cristiana. Rimani nella tua religione. E’ pericoloso cambiare religione, può creare molta confusione. Va bene solo se sei molto sicura che l’altra religione sia più idonea alla tua mente”.

Immediatemente rispondo, nei miei 25 anni di poche idee, ma certe: “ma io SONO sicura!”

Lui si avvicina. I suoi occhi a pochi centimetri dai miei. Mi guarda per un tempo imprecisato fra il centro della fronte e le pupille.

Si allontana e dice: “sì, sei sicura. Allora studia 10 anni, tutti i testi che adesso ti dico. Quando avrai finito ritorna e ne riparliamo”.

Mi dà una lista di testi. Alla fine gli chiedo se sia una buona idea che io faccia il Master Program e lui entusiasta mi dice: “assolutamente sì e non finire prima che sia finito!” (avrà mica visto che fatico a finire una scuola…?).

A quel punto gli dico che stavo però pensando di fare l’università. Lui si disentusiasma, ci pensa un pò e sentenzia: “effettivamente, se vuoi davvero lavorare nella tua società, ti serve una laurea….. ma dopo non andare a lavorare, fai il Master Program!”

….se vuoi lavorare nella tua società……mmmhhh……come cogliere l’essenza di una persona in una breve frase…..

Io non ho mai voluto lavorare nella mia società. Io non ho mai voluto lavorare. Non mi è mai minimamente interessato. L’affermazione che il lavoro nobilita l’uomo mi ha sempre fatto sbellicare dalle risate. Sarà mica per quello che agognamo tutti le ferie!???

Inoltre la mia società mi ha sempre interessato così poco che sono cresciuta leggendo Castaneda e ascoltando jazz anni 30. La mia società sarebbe potuta scomparire mentre io, traformata in un’aquila da un fungo allucinogeno, mi dissolvevo nella nebbia al suono del sax di John Coltrane. Meno non poteva fregarmene della mia società. L’arguto Kundun c’aveva azzeccato in pieno.

Infatti, tornata a casa, feci l’esame d’ammissione a ostetricia e arrivai settima. C’erano 6 posti. Perfetto.

Iniziai il primo Mater Program in Buddhist Studies con enorme piacere. Tutti i giorni pulivo cessi, rifacevo letti altrui, pelavo patate, lavavo verdure e decine di piatti per pagarmi vitto e alloggio nel grande castello toscano dove il mio maestro dava i più meravigliosi insegnamenti che le mie orecchie avevano mai avuto modo di ascoltare.

Amavo tutto di ciò che usciva dalla sua bocca. Anche la dentiera che ogni tanto gli scappava fuori fra le sue risate cristalline.

Amavo Geshe Là. Amo Geshe Là e mi manca ogni giorno, da quando il suo corpo ci ha lasciati. Ma il suo viso e la sua energia sono sempre nel mio cuore. Dove risiede un Guru.