(Pre-scriptum: La foto non è minimamente rappresentativa del protagonista della storia).

Dopo essermi ripresa dalla malattia, corro a chiamare mammà, che non sento da ormai 10 giorni.

Era in totale paranoia, aveva chiamato tutti, dalla mia scuola (chiusa) al monastero del Dalai Lama. Nessuno sapeva chi fossi o dove stessi, d’altronde lì usavo il mio nome da monaca mentre lei chiedeva di qualcuno di cui non sapevano fare neanche lo spelling: Inoltre tutti mi chiamavano Ani-là, praticamente il “sorella” che noi usiamo per le suore. Centinaia di ani-là, di tutte le provenienze e colori. Figurati….

La tranquillizzo: “tranqui, mamy, ho solo preso il tifo e sono viva per miracolo, ci vediamo a Natale.”

Tanto per esserne certa, mi manda lo zio verso metà dicembre. Lo zio ha viaggiato tanto, ma ha un pò mal d’orecchie, probabilmente perché ha viaggiato tanto in aereo.

Dopo pochissimi giorni gli scoppia una cervicale storica con otite fulminante.

Lo porto dalla mia otorinolaringoiatra, quella che mi fece magistralmente il lavaggio delle orecchie. Mi mise una bacinella di metallo sporca di sangue attaccata all’orecchio, prese una enorme siringa senza ago piena di un non meglio identificato liquido, mi sparò tale liquido dentro l’orecchio più e più volte fino a che il mio cerume non andò a mischiarsi al cerume di altre persone che aveva opportunamente lasciato dentro la bacinella attaccata al mio orecchio come prova dell’efficacia del metodo.

La dottoressa dà allo zio alcune gocce che lui non mette, scanso equivoci.

Finalmente si parte per tornare a casa!

Tutti, ma proprio tutti i miei compagni e le mie compagne mi prendono in giro! “L’italiana che va a casa per Natale! Ah ah ah! Mammona! Noi andiamo in Kashmir a fare snow-board!” “E noi andiamo a Bodhgaya a vedere l’albero della Bodhi!” “E noi andiamo in Sri Lanka a vedere il picco di Rajagiryia!”

“Bravi! E io vado a Bologna a mangiare i tortellini in brodo!!!”

Comunque lo zio, dopo aver passato 10 giorni in un albergo locale, dice che mi stima per riuscire a sopravvivere nelle condizioni estreme della mia microcasetta e che mi merito l’Hilton.

Microcasetta nuova poiché avevo lasciato quella con il cane rabbioso perché piena di ricordi poco piacevoli, dalla rabbia al tifo, e mi ero trasferita in una mini appartamento sullo stesso pianerottolo di due mie compagne, Ruth, australiana, esperta di snow-board e di machete e Rachel, sempre australiana, medico-chirurgo. Tanto per sentirmi protetta.

Solita stanza piccolina con mini cucina e bagno sul pianerottolo. A due passi dalla scuola. Qui ci rimasi il rimanente anno e mezzo.

Il boiler lo pagammo noi dopo un anno di docce fredde. Ma fredde tipo il ghiaccio che si scioglie dal ghiacciaio e arriva direttamente sulla tua pelle nuda, quel tipo di freddo. Per fortuna ero monaca e pelata, lo shampoo non sarebbe stato affrontabile. Le australiane provviste di capelli, a mio avviso, non erano umane.

Non c’era, come al solito, il riscaldamento. Avevo la mia fidata stufetta elettrica grande come i miei due piedi vicini, l’unica parte del mio corpo che riusciva a riscaldare, strinandola. Ne porto ancora i segni.

Come sempre nessun isolante fra il muro e la struttura dell’unica finestra, per cui la compagnia dei macro insetti che entravano in casa per scampare alle piogge monsoniche era un pegno da pagare alla mia nuova vita spirituale col voto di non uccidere. Li mortacci…..

Il mio letto, rigorosamente in metallo (fuck bad bugs!), era formato da: materasso, lenzuolo di sotto, lenzuolo di sopra, saccoapelo1, saccoapelo2, trapunta1, trapunta2, copertadilana1, copertadilana2, scialle di pashmina1-2-3-4. Il mio pigiama consisteva in una tuta da sci con cappuccio, un secondo cappuccio, una bandana per il resto del viso.

Dover pisciare di notte era un affare di stato. Solitamente preferivo non bere dalle 18.00 o farmela addosso, che fa tepore.

L’acqua di rubinetto non era potabile per cui avevo comprato due filtri svizzeri dove mettevo a filtrare l’acqua dopo averla bollita un paio di volte. Dopo il tifo le precauzioni non sono mai troppe.

Però quella che viene dalla doccia non la puoi filtrare e io ero convinta che era proprio in doccia che avevo preso il tifo.

Questa mi tesi era avvalorata dal fatto che la cisterna sul tetto dentro cui si conservava l’acqua sia da bere che per lavarsi, fosse la spa delle scimmie.

Intere famiglie di babbuini si spulciavano e si idromassaggiavano a suon di scorregge dentro l’acquetta che poi io avrei usato per lavarmi. Io e il piscio di macaco diventavamo una sola entità ad ogni lavaggio.

Andai a farmi la doccia, indomita.

Ci stetti tanto. Avevano messo il boiler. Ahhhhhh….

Nel godimento del calore del boiler e del piscio di macaco, vedo qualcosa muoversi alla mia destra. Mi giro, soave. Vedo un enorme ragno, enorme come il mio pugno. Ma con un’ampiezza di zampa pari al mio avambraccio. Gli vedo gli occhi. Non sapevo che i ragni avessero gli occhi.

Lui mi guarda e spicca un salto.

Io lo guardo e lancio un urlo.

Corro fuori dalla doccia, nuda nata, sul pianerottolo.

Non riesco ad aprire la porta, dall’agitazione. Sì, perché, porcadiquellavacca, le porte erano chiuse con lucchetti da bicicletta!

Ruth esce, mi guarda, guarda dentro la doccia, vede il mostro.

Rientra nei suoi appartamenti, esce con una enorme campana tibetana e un quadernone sottile. Impassibile gli si avvicina, con abile mossa lo copre con la tibetan ball e gli infila sotto il quadernone. Lo trasporta fuori mentre io le urlo “lontano……più lontano……!!!

Torna, dopo un quarto d’ora, e mi dice: effettivamente era grandino, ma ne ho visti di peggio.

Non andrò mai in Australia!