Da adolescente volevo fare la cantante. Prendevo le cassette di Whitney Houston e via che ci davo. Avrei fatto meglio a prendere quelle di De Gregori, avrei avuto più soddisfazione dalle mie capacità vocali. Ma il punto non era cantare come lei, il punto era godere. E cantare mi dava piacere fisico.

Prendevo lezioni quando avevo due soldi da parte, per cui credo di aver preso 20/25 lezioni di canto in tutta la mia vita.

Poi passai al teatro, con l’accademia e le lezioni di uso della voce. Lì incontrai un uomo straordinario, Salvo Nicotra.

Erano anni che notavo che quando parlavo in un gruppo nessuno si accorgeva che avevo detto qualcosa. Questo mi dava talmente tanta tristezza che non andavo più a nessuna riunione, di qualsiasi genere, tipo anche le famose “compagnie” degli anni 80. Stavo sola, che almeno io mi ascoltavo.

A teatro non è che puoi fare così e infatti, quando facevamo i gruppi, cioè tutti i giorni, e condividevamo la qualunque, io parlavo e la gente mi parlava tranquillamente sopra, ignorandomi completamente. Fino a che un giorno scoppiai in un pianto rabbioso. E Salvo Nicotra, che stava conducendo il gruppo, stupito mi disse: “scusaci, ma noi non ti abbiamo sentita”. Ma se stavo urlando!?! No, non mi aveva sentita nessuno.

Allora mi mise seduta di fronte a lui, a circa 3 metri, e mi disse che quando avesse sentito la mia voce me ne sarei accorta.

Dissi qualcosa ad alta voce e lui niente. Continuai per un bel pò, ma niente, la mia voce usciva, faceva un centimetro fuori dalla mia bocca, e rientrava. Non arrivava neanche ad un metro di distanza.

Sono stata sempre una bambina molto paurosa. Di tutto. E fare uscire la mia voce era come dare via un pezzo di me. E avevo paura che non venisse accolto, che venisse ignorato, buttato via senza cura. Avevo paura di perdere qualcosa che poi non sarebbe più tornato. Paura di non venire compresa, di non avere risposta, di nessun genere.

Da allora divenni consapevole di questo e iniziai a guardarlo, ogni singola volta, levando il focus dagli altri, che non erano più dei cattivoni menefreghisti, alla mia mente. Che è uno con la voce.

Si canta con la testa, mi disse una volta qualcuno. Sì, me lo ritrovo dentro.

Lavorai in teatro poi un pò a Roma, in TV. Ma lì capii che per fare una cosa che mi piaceva dovevo farne tante che detestavo e decisi che avrei cantato per gli uccellini del bosco, non era avere un pubblico che mi interessava, ma capire come funzionavo.

E infatti prevalse il mio percorso di yoga e meditazione e il mio rapporto con i miei maestri.

Meditare è anche una auto-terapia. Con altre modalità, altre tecniche, ma guardare cosa scorre dentro è fondamentale.

2 anni fa mi sono licenziata da una lavoro di ufficio che non mi è mai appartenuto. Sono tornata solo allo yoga, ho pensato che, a 45 anni, non potevo perdere altra vita dentro a contenitori e contenuti che non erano miei.

E ho pensato a cos’altro era che mi dava gioia, quando ero giovane. Cantare. Mi dava gioia cantare.

A 15 anni, a parte Whitney, ascoltavo Dizzie Gillespie, Billie Holiday, Ella Fitzgerald e John Coltrane. Avevo un manifesto di Billie e Louis Armstrong che suonavano insieme in un localino, e, di fianco, una signora di colore, piuttosto grassottella, che li guardava partecipe. Ecco, mi sono convinta che io ero quella signora. E che cantavo pure. Ero una cantante nera e cicciottella in quel di New Orleans. E non avere la mia ex voce anche in questa vita mi ha sempre lasciato sgomenta! Come poteva essere che in questa vita io non sapessi cantare???

Quando decisi di riprovarci , poco più di un anno fa, ho avuto la grande fortuna di trovare sulla mia strada chi si è presa la briga di accompagnarmi in un monte di ore di strazi d’ugola e pianti, perchè cantare smuove un sacco di roba. E nel frattempo mica mi è venuta la voce di Whitney!

Ma ieri, per la prima volta nella vita, ho cantato. Con il diaframma sbloccato, la gola libera e la mente felice. Con la mia voce. Circondata da chi ha suonato con me per passione della musica, per amore di un amico perduto prematuramente, e con affetto per me. E ho espresso quello che ho sempre desiderato esprimere sul palco: l’ironia della mia anima. Con il mio corpo, di cui la voce fa parte. E non c’era più paura di perdere. Niente.

Il desiderio di diventare qualcosa di diverso di quello che sono grazie al canto è sparito a 20 anni. Per fortuna è caduta l’ambizione, per fortuna non ero abbastanza brava da poter continuare a nutrirla.

Quello che è rimasto è stato il desiderio di capire perchè non riuscivo ad esprimere un pezzo della mia anima e di lavorare per riuscire a farlo.

Ed è bastata una canzone, ieri sera, nel mio vestito di scena da zia che ha appena finito una lezione di yoga. Mi è bastata una canzone per vedermi. Un canzone e 30 anni di osservazione.