Quando andavo alle elementari mia mamma aveva la macchina. No…lo dico perché sono stati gli unici anni in cui l’ha avuta. Non so neanche come ci sia riuscita….

A sua discolpa posso dire che era una Simca 1000 ed era un rottame.

Vivevamo in una casa sulle colline di Casaglia, era difficile farne a meno. Ora…immagino che molti di voi stiano pensando: appperò….sui colli bolognesi… anvedi la monaca…

Sappino, lorsignori, che la suddetta casa era siffatta: in muratura, ampi ambienti. Poco riscaldati. Nel senso che, in 250 metri quadri di casa c’era 1 dico 1 stufa a legna. Faceva freschino. La casa era assai vecchia, della curia.

Mia mamma, prima di mettermi a letto, anzi, mentre ero già distesa sul lenzuolo ghiacciato, metteva il piumone sulla stufa per qualche minuto, poi, prima che andasse a fuoco, me lo lanciava addosso. A me e ai 17 peluches di cui mi circondavo nella speranza che mi tenessero caldo.

Intorno c’era un bel giardino, con tanti alberi e l’erba perennemente altissima. Il mio albero preferito era un noce, su cui mi arrampicavo e passavo ore a fissare il vuoto, parlando con il mio procione immaginario come Candy Candy.

Alle radici degli alberi erano seppelliti i nostri gatti, 9 come le loro vite, quelle che il prete ogni tanto uccideva. Ci uccideva i gatti con le polpette avvelenate o con i calci nella pancia perché voleva che andassimo via, non ho mai capito bene il perché.

Forse era perché la casa era anche un luogo di ritrovo per giovani hippy comuniste-femministe-insperimentazioesessualecostante. Non io…io ero una piccola donnina che assisteva a infiniti comitati dove giovani donne hippyfemministecomuniste sbraitavano il loro disprezzo contro l’uomomaschioinfame.

Infatti, in questa comune dove tutte le donne avevano figli (concepiti in copule con l’uomomaschioinfame), si viveva spesso insieme, nei 250 mq, sparse in giro sui tappeti a sperimentare freddo e amore. Durante la settimane solo donne con la prole, rigorosamente in giardino a giocare coi gatti sopravvissuti e arrampicarsi sugli alberi di quelli deceduti. Nel week end arrivavano gli uominimaschi per infami copule e la prole ancora di più era confinata all’esterno delle mura, meglio se al laghetto a fare i bagni nelle pozze termali, quelle con l’argilla. Era molto bello il laghetto termale con l’argilla. Noi bimbuz ci cospargevamo di tal fango per poi rincorrerci fingendo di essere zombie della palude vetero femminista. Quando le sperimentazioni degli adulti schizofrenici erano terminate, eravamo riammessi in casa a lavarci con l’acqua calda del boiler da 10 litri. Finiti quelli… azzi nostri….

Erano anni felici….altro che cellulare….

Ma torniamo alla descrizione della vettura:

di colore grigio topo, con i sedili color Bolognalarossa, la Simca 1000 aveva 4 finestrini di cui 1 era bloccato…. a metà. Non andava né sù né giù, rimaneva fisso mezzo aperto. Quando pioveva o nevicava la cosa poteva creare qualche malessere fra gli orgonauti che non amavano le docce fredde.

Le portiere si chiudevano bene, solo che, per riaprirle, era necessario introdurre un bastone laddove una volta c’era il pulsante di apertura.

Vi ricordate il pulsante di apertura delle portiere delle macchine? Ora c’è l’impronta digitale, ma all’epoca usava il “bottone”. Bene, il bottone saltuariamente saltava e non è che mamy poteva andare a farcene mettere un altro….

Chi ci frequentava doveva rigorosamente essere munito di bastone da introdurre nell’apposita fessura. In una portiera era riuscita persino a scocciarne uno così bene che restava lì, sfidando l’alta velocità. Anche perché l’alta velocità della Simca 1000 non superava i 40. E per mia mamma era già un pò troppo velocino….

Parlando di fessure e buchini, dalla parte del passeggero, quella del morto, in basso a destra, era incastrato ad arte un grosso straccio. L’allegro cencio era lì posto a chiusura del buco creato non si sa bene come, sul pavimento della Simca.

Anche lì, quando c’erano precipitazioni, la vita dell’orgonauta non era facile. Doveva tener premuto lo straccio per non far entrare gli schizzi di melma SENZA che il lercio fluido penetrasse all’interno. Non di semplice attuazione.

Una volta stavamo andando a trovare il nonno al cimitero, con la nonna. Tutte e tre tristitristi, ci appropinquiamo alla Certosa quando un ignaro vigile ci ferma. “Patente e libretto”, chiede alla mamy. “Comecosa?” dice lei, sbalordita che qualcuno potesse fare una simile domanda. “Libretto e patente”, insiste lui stranito. “Ma…veramente…devo averli lasciati a casa….”.
Lui la scruta, scruta la nostra bellissima Simca 1000, il bastone attaccato con lo scotch, il finestrino bloccato, gli stracci a terra sotto le calzature di nonna…. Guarda me e mi dice “portala via, bambina, portala via prima che l’arresti…”

La Simca ci lasciò nel 1984 quando, lasciata la dimora sui colli, ci traferimmo in centro a Bologna, dove lei divenne tristemente superfla.

Ma rimane, imperitura, nel mio cuore.

P.S. La macchina in foto pare non essere la Simca 1000, ma una FIAT 124…125….126….