‘Qui ebrei’: Sala scrive fuori da casa sua Antifa Hier

Il giorno della memoria
Per la nonna Dora e il nonno Pino

Il giorno della memoria, a casa dei miei nonni, era tutti i giorni.

Mio nonno era un ex partigiano (si può mai essere ex?) e mia nonna crocerossina.

Lei mi raccontava dei 30 km a piedi all’alba per andare al campo medico durante i bombardamenti e dei 30 km dopo il tramonto per tornare a casa. Ma me ne raccontava come se fosse stata una quisquiglia, una passeggiatina di ore, con qualsiasi tempo, durante la quale puoi saltare in aria ad ogni passo.

Andava “a curare i feriti di guerra, di ovunque fossero, perché se stai male stai male, se stai morendo stai morendo, non importa chi tu sia”, mi diceva, in quella compassione lucida delle donne risolute che hanno cose molto importanti da fare. Tipo salvare vite umane.

Mio nonno mi raccontava delle battaglie partigiane dove invece chi eri era molto importante. Ma molto importante.

Entrambi mi raccontavano dei digiuni o del mangiare solo patate, gatti e ratti, e ringraziare che c’erano quelli, indipercui…io dovevo mangiare come se non ci fosse un domani, perché magari non ci sarebbe stato un domani.

Tralasciando gli effetti che questi ragionamenti traumatizzati hanno prodotto sul mio metabolismo, ascoltavo incantata tutti i loro racconti che avevano dato vita ad un Bifo rivoluzionario e ad una Bifina non da meno, nonché ad un terzo figlio che sicuramente non aveva nessuna intenzione di fare quello che gli veniva detto. Insomma, degna prole di degni genitori.

Io ascoltavo, bevendo le parole di questi adulti indomiti, crescendo un pò partigiana, un pò rivoluzionaria, un pò intimorita da tutta questa intensità di vita che non ero sicura di saper gestire, anche solo per sentito dire.

Il racconto che mi è rimasto più impresso è sicuramente quello del foglio inghiottito e del giudice in latino, wich goes like this….

” Io e mio fratello”, cominciò nonno Pino, ” ci eravamo nascosti in un casolare sulla montagna. Ci saremmo stati solo quella notte, il giorno dopo dovevamo raggiungere gli altri. Dovevamo portare loro i piani del prossimo attacco, li avevamo scritti su un foglio di carta.

Ad un certo punto li sentiamo arrivare. Un gruppo di tedeschi. Li vediamo quando sono già vicini. Mio fratello inizia ad agitarsi, non sa dove nascondere i piani, ci avrebbero sicuramente perquisito, era troppo tardi per scappare. Li mangio. Mangio i piani. Strappo il foglio in tanti pezzi e lo ingoio il più velocemente possibile, tanto lo avevamo già memorizzato, a forza di rileggerlo.

Entrano e ci spingono fuori sbraitando in tedesco.

Proviamo a dire loro che siamo contadini e che ci siamo rifugiati lì per la notte. Non pare interessare a nessuno.
Io rimango fermo, ma mio fratello no. Si divincola e corre via. Gli sparano. Alle spalle.

Mio fratello muore. Lì. Così. Davanti ai miei occhi.

Mi portano via mentre ancora non comprendo. Mio fratello è morto. Lì. In quel momento esatto.

Rimango 6 mesi in un campo di detenzione in attesa di giudizio su dove spedirmi o cosa fare di me. Sei mesi in cui avrebbero potuto decidere di uccidermi in ogni momento.

Sei mesi dove ogni tanto potevamo prendere una boccata d’aria.

In una di queste boccate d’aria una guardia tedesca mi viene incontro. Inizia a parlarmi, con tono abbastanza amichevole. Ma non capisco il tedesco. e lui non capisce l’italiano.

Ad un certo punto semplicemente accade: ci mettiamo a parlare in latino.

“Sei sicuro che non sei un combattente? Sei davvero un contadino”

“Ma certo che sono un contadino! Non ho mai fatto niente, io! Ci stavamo solo riposando lì in cerca di un posto tranquillo dove poter rimanere.”

In latino scelgo di salvarmi la vita e di mentire, perché se avessi confessato mi avrebbero torturato per farmi dire dove erano nascosti i miei compagni. E non sapevo se sarei riuscito a resistere.

Lui annuisce. Capisce e se ne va. Io torno in cella. Per una settimana. Fino al mio processo.

Entro nella stanza dove si deve tenere il processo e, nella seggiola del giudice, è seduta la guardia con cui ho parlato in latino. La guardia a cui, credendo fosse solo una guardia, ho raccontato la storia che avrei poi dovuto raccontare al giudice, per provarla, per vedere se fosse stata credibile.

Lo era stata. Probabilmente solo perché non sapevo con chi stavo parlando. E perché avevamo trovato una lingua comune.

Tu sei nipote del latino, Tania. Se non ci fosse stato il latino, nessuno di noi sarebbe qui. Studia, non sai mai quanto ti potrà essere utile.”

Adesso questa storia mi fa venire in mente il Dalai Lama quando, ai tibetani che, in galera, sotto tortura non rinnegano il suo nome, dice: “rinnegatemi! Rinnegatemi e vivete. Quello che avete nel cuore non sarà cambiato dalle parole che pronuncerete per salvarvi la vita, finché ce l’avrete, una vita!”

Mi ha sempre fatto pensare questa storia. Pensare a cosa avrei fatto io. Anche se credo che io sarei stata suo fratello.

Un grazie a tutti i partigiani e le partigiane, a tutte le crocerossine a tutti i medici, a chi ha combattuto, in tutti i modi in cui si può combattere, resistendo all’odio senza senso.

E grazie alla mia nonna e al mio nonno, le cui vite sono state molto importanti.