Non ci è mai successo. E’ successo a molti altri, ma a noi mai. Mai abbiamo dovuto aver paura di morire. Mai ci hanno detto che eravamo in pericolo di vita.

Quando vivevo a McLeod Ganj, nel nord dell’India, ogni mercoledì scendevo a valle per andare agli insegnamenti del Karmapa, la seconda guida spirituale dei buddhisti tibetani.

Sua Santità il Karmapa allora aveva 15 anni, ma di un quindicenne non aveva niente. Era serio, compìto, si muoveva lentamente, parlava con voce profonda, sguardo intenso, movenze eleganti. Uno splendido esemplare di giovane uomo. E ogni mercoledì, questo essere assolutamente anomalo, dava insegnamenti, monsone o non monsone.

E io, monachella super interessata, monsone o non monsone, scendevo a valle dalla montagna e sù ci tornavo.

Un mercoledì pioveva. Aveva cominciato a piovere durante gli insegnamenti. La pioggia aveva inzuppato bene le strade e io dovevo tornare sù, a casina, sul cucuzzulo della montagna, dove stava l’altra Santità, il Dalai Lama, il babbo del tetto del mondo.

Prendo l’autobus, attraversiamo i paeselli e inforchiamo la strada nella montagna.
Avete presente le strade delle montagne himalayane? Diciamo che non sono particolarmente larghe e non sono particolarmente fornite di guard-rails. Diciamo che non hanno le reti di protezione anti-frana e i semafori che ti fanno alternare il passaggio nelle corsie.

Su quella strada, in quell’autobus, eravamo in un numero che in un autobus occidentale, non potrebbe mai starci.
Quando sono entrata c’erano solo pochi posti liberi e mi sono seduta. Alla fermata successiva una signora anziana, molto anziana, sale. Non trovando posti, pensa bene di sedersi sopra di me, sulle mie ginocchia e di infilarmi la punta del suo ombrello grondante nel sandalo monacale. Per ringraziarmi dell’ospitalità mi fa un largo sorriso sdentato.

Dietro di me un signore con un maiale in braccio e una signora con una gallina, conversano amabilmente.
E sale il controllore. A quel punto il bus è stipato. Ma qual è il problema, basta mettere un piede su una coscia di un passeggero, una mano sulla spalla di un altro, sdraiarsi sulla ressa e procedere, da essa sospinto,
come una rock-star sdraiata, per chiedere il biglietto.

Il bus procede nella sua salita, l’autista sta fumando la sua solita canna, con Bollywood a palla. E un altro autista, stonato a parimerito, scende invece, con il suo bus carico di non si sa bene quanti esseri.

Pochi metri prima abbiamo visto una autobus in fondo alla scarpata. La gente sotto, schiacciata. Non arriverà un elicottero a soccorrerla. Non arriverà probabilmente nessuno. E’ la vita, è la morte. E’ il giorno. E’ la notte.

I due autobus sono grossi e la strada non lo è. La strada ne può far passare solo uno, l’altro andrà a raggiungere il suo amico in fondo alla scarpata. Questo è evidente, la forte pioggia ha fatto franare quel pò di strada residua che averebbe potuto consentire il passaggio di entrambi.

Ma i due autisti non si fermano. Neanche rallentano. E allora un pensiero mi passa per la testa: “fra 5 minuti sono morta”. Mi guardo intorno, nessuno sembra preoccupato. Nessuno fuorché l’unica altra occidentale nell’autobus, una tedesca, che inizia ad urlare. Urlare, nel panico più totale. Anche lei sente la paura di morire per la prima volta nella sua vita. Neanche lei è mai stata prima in una situazione del genere. Tutti la guardano, serafici, con un punto interrogativo in fronte: che problema ha, questa?

Io sento chiaramente, dentro, un pezzo di me che cade. Cede. Non c’è niente. Niente più. Solo una buffa, ironica consapevolezza dell’inevitabile.
Quell’accadimento che vedi, ma non puoi impedire. Quello che senti arrivare, ma non puoi fermare. E allora non ti devi preoccupare, perché la preoccupazione contiene la speranza. C’è qualcosa che puoi fare, quando ti preoccupi. L’ansia ti dà l’adrenalina per agire. Ma quando senti che non hai potere, che non dipende da te se vivi o muori, speranza e preoccupazione cadono, come un sasso fuori dalla tua tasca.

E ho cominciato a ridere. Era finita. Tutta l’ansia della mia vita, tutte le volte che ho sperato, tutte le volte che ho lottato per combattere la paura. Fine. Fra 5 minuti sarà tutto finito. Non ho paura. E’ più sollievo.

I due autobus sono faccia a faccia, sensi inversi, stessa traiettoria. Poi, con una mossa da spider-man, il nostro autista si butta contro il fianco della montagna, che, ammorbidito dalla frana, fa da trampolino per le nostre ruote e ci dà la strada di cui abbiamo bisogno.

La tedesca, a questo punto, sta piangendo e i suoi vicini indiani la stanno provando a consolare. Continuerà a piangere fino a McLeod Ganj.

Questo succede, quando non ti è mai successo niente.

I consulenti italiani sono i più ricercati dalle multinazionali inglesi perché sono degli ottimi problem solvers, creativi ed energici.
Crescono in mezzo a tanti problemi e senza alcun aiuto dalle istituzioni che diventano bravissimi a cavarsela da soli. E ancora più ricercati sono i meridionali, con ancora più problemi dei settentrionali e ancora meno aiuti. Sono i migliori, perché oltre al problem solving sono molto concentrati a riscattare la loro nota fama internazionale. Il loro desiderio di rivalsa li spinge verso l’ottenimento degli obiettivi.

I meno richiesti indovinate un pò chi sono? I tedeschi. Lo stato li aiuta in tutto, pochissimi problemi. Pochissima capacità di problem solving, poca creatività.

Così si sviluppano, molte soft skills, assaggiando i problemi e trovando il modo di risolverli e di ricominciare.
Il nostro è ingegno forzato.

E adesso tocca a tutti noi, sentirci minacciati. Fa un certo effetto quando tocca a noi. Facciamo fatica a crederci, come quando non mettiamo il preservativo perché tanto quella malattia che ha ucciso una trentina di milioni di persone nel mondo a noi non verrà.
Facciamo fatica a crederci come quando rispondiamo ai messaggi mentre guidiamo perché non possiamo essere noi la causa di uno di quel milione e mezzo di morti della strada. E figurati se potremmo mai essere uno fra quei morti, che palle sta cintura!
Non a noi. Noi no. Noi siamo quelli che se non sei italiano non soffri. Che non è vero che ci sono i campi di concentramento al confine libico. Che non è vero che gli animali soffrono quando li squarti. E poi, sinceramente….chi se ne frega….

Io spero davvero che ne usciremo velocemente, da tutto questo e con meno vittime possibile. E spero che questo, oltre a farci lavare le mani per 27 secondi per sempre, ci aiuti a comprendere meglio la sofferenza altrui, che la nostra empatia diventi compassione, che la nostra resilienza diventi amore e che i nostri occhi diventino più gentili.