Quando vivevo nel nord dell’India, i miei vicini di casa erano una coppia di vecchietti malati di lebbra. Passavano la giornata seduti davanti alla loro davvero umile dimora, staccandosi a vicenda i pezzi di carne morta. Ma lo facevano con una dolcezza ed una spensieratezza che non ho mai veramente compreso. Sorridevano pure.

Il mio appartamento consisteva di una stanza da letto e una piccola cucina. Bagno fuori sul pianerottolo di una piccola costruzione in mattoni. La loro casa era una piccolissima palafitta costruita in lattine trovate per strada, tenute insieme da…..bho……

Vivevo lì perché studiavo lingua tibetana e perché ero monaca, avevo preso i voti dal Dalai Lama e lui lì viveva.

Il mio modo per imparare più velocemente il tibetano era far la volontaria al centro di prima accoglienza profughi. Sì, perché il Tibet, negli anni 50, fu invaso dalla Cina di Mao, il cui esercito ha ucciso subito 2 milioni di tibetani lasciandone 4 milioni a capire cosa fare. 2 milioni sono rimasti, schiacciati nelle loro libertà. 2 milioni sono scappati, chiaramente fra Nepal e India. Alcuni, prima di scappare, si sono fatti 30 anni di galera per aver partecipato ad una manifestazione di protesta. Per questo, credo, adesso, per protestare, si danno fuoco: non riescono a rinunciare al loro diritto di ribellarsi, ma preferiscono morire subito invece che dopo anni di torture nelle prigioni cinesi. Sì, ancora adesso….

Nel campo di prima accoglienza facevo da interprete fra i rifugiati tibetani e i medici volontari che provenivano da tutto il mondo. Quindi tibetano-inglese-tibetano.
Quello che chiedi subito in un campo di prima accoglienza, sostanzialmente, è…chi sei e cosa ti è successo?
E io traducevo le loro storie. Storie di guerra.

Mi ricordo molto bene il racconto di una monaca tibetana di 30 anni, di cui ho tradotto l’intervista medica di un dottore americano.
Entrata in galera a 15 anni per aver manifestato in piazza, e uscitane 15 anni dopo, aveva attraversato l’Himalaya a piedi, attraversato il Nepal e arrivata a Dharamsala.
Uno stralcio:
Lui: “Come mai non hai più i denti?”
Lei: “Sono caduti. Mi mettevano il bastone elettrico in bocca. Le scosse….li hanno fatti cadere….”
Lui: “Come mai non hai più gli organi interni riproduttivi?”
Lei: “Il bastone elettrico…..prima di metterlo in bocca….me lo mettevano dentro….lì….in basso…..Hanno dovuto operarmi…”

Io lo so che la situazione in cui siamo ora è completamente nuova, per noi, non l’abbiamo mai vissuta. E sì, moltissime persone stanno soffrendo. Molte sono senza stipendio e molte sono morte. Ma noi non siamo in guerra. La guerra è un’altra cosa.

Quelli che sono in guerra non dormono nel loro letto, dormono fra le macerie o in un tendone.
Quelli che sono in guerra non si alzano per far colazione con i loro bambini, non si alzano proprio, perché sono legati con il fil di ferro in un lager libico.
Quelli che sono in guerra non mangiano le torte che hanno cucinato e postato su facebook, mangiano quello che trovano per strada o non mangiano.
Quelli che sono in guerra non fanno le file ai supermercati, le fanno ai camion degli aiuti umanitari.
Quelli che sono in guerra non sognano di andare al mare e fare il bagno, sognano la terraferma e una coperta calda.
Quelli che sono in guerra non fanno le video-chiamate agli amici, perché gli amici non li hanno più.
Quelli che sono in guerra non stanno male perché hanno perso la possibilità di andare a correre, ma perché hanno perso le gambe.
Quelli che sono in guerra non indossano mascherine chirurgiche, indossano maschere anti-gas.
I bambini di Lesbo vogliono morire, non giocare alla play station. Perché sono in guerra.

Vi propongo un esercizio di Karma Yoga.

Dice il saggio: “se non puoi fare del bene, almeno non fare del male.”
Adesso che siamo confinat* in casa, proviamo questo esercizio:
1) pensiamo a qual è una azione che solitamente facciamo e che nuoce a qualcuno. E’ un’azione fisica, verbale o solo mentale? Cioè faccio fisicamente del male a qualcuno, fosse anche alle cimici che butto nel water? O maltratto verbalmente qualcuno? O mi trattengo, ma penso le peggio cose di qualcun altr*? Concentriamoci su una azione in particolare.
2) Pensiamo da quale emozione è spinta quell’azione, da quale catena di pensieri sgorga.
3) Determiniamoci a diventare consapevoli di quell’emozione appena la sentiamo arrivare; determiniamoci ad accorgerci di quel movimento di pensieri mentre lo sentiamo scorrere.
4) E appena li percepiamo…… fermiamoci. Respiriamo. Aspettiamo. Non agiamo. Niente. Fermiamoci e non facciamo niente. Diamoci il tempo di sentire l’emozione che ci attraversa e i pensieri che scorrono. Guardiamoli come le immagini di un film al cinema, come le nuvole che scorrono nel cielo. Respiriamo profondamente, nella pancia più che nel petto.

Ci accorgeremo, facendolo e rifacendolo che quell’emozione, se non la trasformiamo in azione, evapora. Che quei pensieri passano. E scopriremo che possiamo non esserne più schiavi. Per il beneficio di tutt*, noi in primis.

E’ questo il NON FARE; la NON AZIONE ha dentro tantissima azione.

Per chi si chiede come si esce dal ciclo di sofferenza chiamato Samsara. Così. Si parte così.