NdR:
‘Kusho’ è il tibetano onorifico per ‘monaco’
‘Geshe’ è il tibetano per ‘dottore in filosofia’
‘Là’ è la particella onorifica che va messa dopo il nome.
Nella foto, fatta con una usa e getta, io da monaca mentre cammino nel Khora. Ero molto felice.

In India, al centro di prima accoglienza profughi dove facevo l’interprete volontaria, un giorno arrivò un monaco molto anziano. Era stato nelle galere cinesi in Tibet per 30 anni.
I primi 10 anni se li era fatti perché aveva partecipato ad una manifestazione di protesta contro il regime cinese che opprime il Tibet da ormai 70 anni.

I secondi 10 anni se li era fatti perché aveva partecipato ad una manifestazione di protesta contro il regime cinese che opprime il Tibet da ormai 70 anni.

I terzi 10 anni se li era fatti perché aveva partecipato ad una manifestazione di protesta contro il regime cinese che opprime il Tibet da ormai 70 anni.

30 anni per aver gridato in piazza “FREE TIBET”, con l’aggravante dell’aggiunta di “VIVA IL DALAI LAMA”, la cosa peggiore che tu possa dire nel Tibet occupato.
Gli avevano fatto di tutto. Non vi racconto, credo vi sia bastato il racconto di ciò che hanno fatto alla monaca nel post “Siamo in guerra?
Ad ogni giorno come volontaria lì, ne seguivano 4 a casa a piangere.

Una volta visitato, Kusho Là rimase 1 settimana ospite al centro di prima accoglienza, per sincerarsi che le sue condizioni fossero stabili. Poi venne trasferito nella residenza per anziani lungo il Khora, il sentiero ad anello che gira intorno alla residenza di Sua Santità il Dalai Lama.

Kusho Là era lo zio di Geshe Là, il mio maestro. Non si vedevano da tantissimo, ma erano ancora molto legati. Geshe Là mi chiese di andarlo a trovare e di consegnargli una sua lettera, che mi aveva dettato al telefono.
Così imboccai il Khora, pieno di bandierine di preghiera, fra anziane tibetane, giovani monaci e occidentali in vacanza esplorativa, tutt* a ripetere mantra e girare le ruote di preghiera sparse nel percorso.

La costruzione che ospitava la residenza per anziani era su due piani, un pò arroccata sulle pendici della montagna. In un giallo ocra, col tetto piatto, come tutte le costruzioni tibetane. Mi faccio lentamente largo fra le scimmie, facendo attenzione a non incrociare gli sguardi dei cuccioli che se no le mamme si inquietano. Prima lezione di ‘sopravvivenza foresta himalayana‘: mai tagliare la strada a mamma scimmia coi suoi cuccioli. Se lo fai, mai guardare negli occhi i cuccioli. Se lo fai preparati a morire.

Entro, trovo la sua camera e lo vedo seduto sul letto, attaccato alla finestra. La luce del tramonto illumina di giallo la stanza. Lo chiamo, mi riconosce e mi invita a sedermi di fianco a lui.
Gli leggo la lettera di Geshe Là. Lui mi sorride, con gli occhi lucidi, e mi ringrazia. La sensazione che mi pervade da quando l’ho incontrato è la dolcezza. Dolcezza e determinazione. Quella del non mi piego e non mi spezzo. Non ne ho bisogno.

Da quel momento inizio a frequentare la residenza perché scopro che le adozioni a distanza non avvengono solo per i bambini, ma anche per gli anziani. Da tutto il mondo, persone inviano un pò di denaro per aiutare questi anziani soli e le strutture che li ospitano. E c’è comunicazione. Ma raramente nella stessa lingua.
E allora io vado a tradurre le lettere. Mi siedo di fianco a loro, sui letti perché il letto è l’unico posto dove sedersi, e leggo: i racconti di vita di un bimbo americano che invia 20 dollari ad una vecchietta tibetana e le dice che sta bene e gli piacerebbe conoscerla, quando sarà abbastanza grande per andarla a trovare. E scrivo. Scrivo che lei ne sarebbe tanto contenta, non vede l’ora di vederlo di persona.
Leggo di una signora australiana che manda 50 dollari ad un anziano monaco perché ha conosciuto sua nipote che le ha parlato di lui e adesso anche lei vuole contribuire alle spese che lui può avere lì. E scrivo. Scrivo che lui la ringrazia tantissimo e pregherà per lei fino a che ne avrà la capacità.

Perché non ci sono i telefonini, non ci sono i selfie, non c’è whatsapp non abbiamo nient’altro che la voce, gli sguardi, la memoria, le emozioni da ricordare.
E poi cammino. Porto le lettere al post office, le affranco e le spedisco. Ovunque. Immaginando di imbustare anche tutta questa dolcezza.