Quando avevo 19 anni mi venne in mente di fare volontariato nelle carceri.
Presentai un progetto per il carcere della Dozza: insegnamento della meditazione ai detenuti.
Venne approvato per i detenuti della sezione penale.
Dopo un breve periodo di accertamenti, mi accordarono il permesso di entrare.

Il giorno del mio arrivo, il primo giorno in cui mettevo piede in un carcere, all’entrata, davanti al metal detector, una guardia mi accolse dicendomi: “ti facciamo entrare anche se sei nipote di chi sei nipote e amante di chi sei amante”.

Wow….. Che io sia la nipote di Bifo mi è parso semplice da scoprire, ma….l’amante…?
Quando lo dissi al mio “amante”, si inquietò un pò….

Entrai. Mi accompagnarono in una sala adibita a biblioteca dove mi accolse il prete. Mi mostrò tutti i libri che le parrocchie e le varie associazioni avevano donato alla sezione.
Qualche settimana dopo portai un cartone di libri che parlavano di meditazione, ma non li vidi mai esposti, non so perché.

Il funzionario addetto al mio “caso” mi diede poche indicazioni fondamentali. Veramente una sola: “non lasciare che ti raccontino niente di personale. E tu non fare domande. Se iniziano a raccontarti del perché sono lì, fermali. Gentilmente, ma fermali. Sei qui per insegnare a meditare e nient’altro.”
Tornai a casa, la prima visita finiva lì.

Il progetto cominciava la settimana successiva con un incontro fra i detenuti e un Lama tibetano, Geshe Jampa Gyatso, il mio maestro.
Geshe là viveva in Italia da moltissimi anni, era l’abate del monastero di Pomaia, uno dei più grandi d’Europa.

Tutto pronto per l’incontro, una trentina di detenuti interessati ci aspettavano in una grande sala.

Geshe Là arriva accompagnato dalla mia amica monaca Siliana.
Ci sediamo nella grande sala davanti a circa 30 persone che guardano incuriosite. Detenuti lì da tempo imprecisato, ma, essendo nel penale, probabilmente lungo.

Geshe Là rimase in silenzio a lungo, mentre scorreva con lo sguardo la grande sala.
Poi disse: “ma questa sala è grandissima. Quanto sono grandi le vostre celle?
In quanti vivete in ogni cella?
Quante volte potete uscire?
Quante volte vi danno da mangiare?
Quante volte potete andare in bagno?
E a fare la doccia?
Potete vedere i vostri familiari?”

Dopo aver ricevuto tutte le risposte di nuovo fece un lungo silenzio.

“Questa prigione è molto diversa dalle prigioni cinesi in Tibet”, disse “Noi stavamo in 15 in una cella di 4 metri quadrati senza bagno. Dormivamo uno sopra l’altro e potevamo andare in bagno una volta al giorno, per il resto ci facevamo la pipì e la cacca addosso. Potevamo farci la doccia una volta alla settimana. Ci davano da mangiare una volta al giorno, in cella. Non esisteva l’ora d’aria e neanche gli incontri con i parenti. Non sapevamo quanto era lunga la nostra pena e neanche quale fosse esattamente il reato che avevamo commesso.

Questa prigione è bellissima. Voi qui avete veramente le condizioni per illuminarvi. La vostra cella ha la grandezza di una cella da meditazione e vi portano da mangiare come fanno gli attendenti con i meditatori. Non dovete lavorare e non dovete prendervi cura di nessuno.

E’ una situazione in cui poche persone si trovano. Se usate bene questa opportunità, potete davvero progredire nel sentiero verso l’illuminazione. Davvero. Provateci.”

Poi diede un insegnamento su come cominciare a meditare, dando consigli specifici per la situazione.

30 persone attonite. Alcune timide domande.

E poi Geshe Là si alzò, salutò tutti con il suo sorriso, e, con Siliana, se ne andò.

Ed io rimasi ad insegnare a 9 di loro, quei 9 che non avevano pensato che quel povero pazzo tibetano era proprio un vecchietto fuori di testa.